Luci e sprechi energetici

  1. Pantaleo
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    Vallonea, luci e sprechi energetici
    di Domenico Licchelli

    Un Comune di poco più di 5.000 abitanti spende mediamente 130.000 Euro annui per
    l’illuminazione pubblica, di cui almeno 40.000 servono solo per illuminare la pancia agli aerei !
    Da un pò di tempo tiene banco sui giornali la questione relativa all’illuminazione della quercia
    Vallonea, in quel di Tricase. La valenza storico-ambientale dell’albero in oggetto è sicuramente
    fuori discussione e tuttavia, con tutto il rispetto, è ben poca cosa rispetto alla perdita del cielo
    stellato, causata dalle migliaia di luci sparate più o meno direttamente verso il cielo in tutti i comuni
    salentini e non solo. Se i nostri progenitori non avessero avuto la possibilità di seguire il movimento
    degli astri, notte dopo notte, probabilmente a quest’ora saremmo ancora nelle caverne o poco più.
    Ma anche volendo sorvolare in maniera ignominiosa sull’aspetto puramente culturale, che, come
    afferma più di un politico, non porta voti alle elezioni, c’è una questione ambientale ed economica
    che non può essere comunque taciuta. Secondo i dati ENEL, nel 1998 per la sola illuminazione
    pubblica, sono stati impiegate in Italia 4800 milioni di KWh, di cui un buon 30-35 % è servito solo
    ad illuminare il cielo, con uno spreco di oltre 200 milioni di euro (400 miliardi delle vecchie lire),
    come dimostrano, in maniera inequivocabile, una serie di studi effettuati al riguardo. Inoltre, per
    produrre quest’energia, sono state immesse nell’atmosfera più di 1.200.000 tonnellate di anidride
    carbonica, che vanno ad aggiungersi a quelle già presenti e che contribuiscono non poco ad
    aumentare il famigerato effetto serra, di cui i temporali e le grandinate dell’estate appena trascorsa
    ne sono la dimostrazione più evidente. Per ridurre questa quantità di CO2 nell’atmosfera, sono
    necessari 200.000 ettari di foresta di alto fusto o, in alternativa, qualche milione di Vallonee. Si
    potrebbe pensare che i nostri piccoli comuni contribuiscano poco a questo disastro. Non è così: un
    paese di poco più di 5000 abitanti spende mediamente 130.000 euro (240-250 milioni di lire) annui
    per l’illuminazione pubblica, di cui almeno 40.000 euro (80 milioni di lire) servono solo per
    illuminare la pancia agli aerei. In un momento così delicato, in cui i venti di guerra stanno facendo
    di nuovo risalire il prezzo del petrolio (basta fare il pieno al distributore per rendersene conto) e in
    cui si prospettano tempi duri per gli enti locali, come verranno reperiti i soldi per pagare la bolletta
    energetica? Probabilmente aumentando le varie aliquote come l’ICI, o in maniera più subdola,
    eliminando alcuni servizi sociali, giacchè nessuno ha ancora scoperto il sistema di diminuire le
    entrate e mantenere i servizi, checchè ne dica qualche fantasioso amministratore. Si badi bene che
    non si sta dicendo che bisogna spegnere le luci cittadine, tuttaltro. E’ necessario e possibile
    razionalizzare gli impianti ed eliminare gli sprechi, come gli orrendi globi luminosi che si vedono
    disseminati nelle piazze e lungo la costa, che disperdono verso l’alto oltre il 60% della potenza
    elettrica impiegata. I lampioni devono essere totalmente schermati verso l’alto, in maniera tale che
    la luce emessa sia diretta verso terra dove effettivamente serve, consentendo così l’impiego di
    lampade con potenze di gran lunga minore. Purtroppo, capita spesso che gli uffici tecnici comunali
    ignorino completamente il problema, seguiti a ruota dagli illuminotecnici, i quali, più o meno in
    buona fede, sostituiscono le vecchie e poco efficienti lampade al mercurio, con quelle più efficienti
    al sodio, ma sovradimensionandole, tanto che la quantità di luce verso l’alto è addirittura aumentata,
    come può constatare chiunque faccia un giro di sera. In più, le torri-faro, i fasci rotanti e alcune
    insegne pubblicitarie sono anche pericolose per la circolazione stradale e perciò fuorilegge ai sensi
    dell’Articolo 23, Comma 1 del Codice della Strada. A tutto ciò si aggiunga che, quando la regione
    Puglia si doterà della legge contro l’inquinamento luminoso, come hanno già fatto altre regioni
    italiane (Lombardia, Lazio, Basilicata per citarne alcune), la stragrande maggioranza degli impianti
    esistenti dovrà essere sostituita, così come i nuovi, che qualche società illuminotecnica con pochi
    scrupoli avrà installato nel frattempo, ben sapendo della loro irregolarità neppure tanto futura. Si
    può invece seguire l’esempio istruttivo di città come Civitavecchia e Frosinone (50000 abitanti), in
    cui le amministrazioni locali hanno avviato la sostituzione degli impianti cittadini, recuperando in
    soli tre anni, i costi sostenuti, grazie ai risparmi derivanti dalla migliore gestione degli stessi. Tutte
    le informazioni appena menzionate, da quelle tecniche fino alle leggi regionali, possono essere
    liberamente scaricate dal sito internet www. cielobuio. org. Se salvaguardare l’habitat di un maestoso
    albero plurisecolare è una battaglia di civiltà, allora preservare il cielo stellato è un dovere di tutti
    perché “le persone delle generazioni future hanno diritto ad una Terra indenne e non contaminata,
    includendo il diritto ad un cielo puro”, come affermato esplicitamente dall’UNESCO nella
    Dichiarazione Universale dei Diritti delle Generazioni Future.
     

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