Fra arte e storia nel basso salento

L’estrema parte meridionale del territorio italico, comunemente nota con la denominazione Tacco d’Italia - se si escludono le aree classiche dell’Etruria e di Roma, e spingendo l’esame più indietro rispetto all’età della Magna Grecia - costituisce senza dubbio quella più ricca di storia, di vitalità e di civiltà in confronto alle altre parti d’Italia. Man mano poi che ci si avvicina alla confluenza dei due mari, la mitica Acra iapigia, si respira un’aria di infinito: anzi, le acque dello Ionio e dell’Adriatico si fondono fra le sinuose sporgenze di Punta Meliso e Punta Ristola in un abbraccio che si ripete dalla notte dei tempi, a ricordarci il destino imposto dalla natura a questo trainumaestoso molo proteso nel seno dei due mari, quello di fungere da trait-d’union nello scambio di civiltà tra Oriente e Occidente, un ponte ideale nella dinamica delle rotte mediterranee. Litorale e hinterland formano una splendida sintesi nel Basso Salento: il litorale - a volte aspro e frastagliato, a picco sul mare, come sul ver sante levantino, a volte a costa rocciosa bassa fino a perdersi oltre l’orizzonte dei fantastici arenili del versante di ponente - si offre al turista nella varietà delle sue forme col preciso intento di catturarne la mente e di fermarne il passo; l’hinterland, senza enfasi, in tono dimesso ma suggestivo, riserva le sorprese più piacevoli, meravigliando il visitatore con la armoniosa compostezza delle sue chiese rinascimentali e neoclassiche, con l’antichità di monumenti e aree archeologiche, con l’atmosfera raccolta delle case a corte nei centri storici, fra viuzze e meandri di un assetto urbano che in alcuni casi risale al Quattrocento, col bianco mediterraneo delle case rinfrescate a calce, le campagne arricchite dalle strutture di masserie fortificate, le linee essenziali delle paiare, le oasi intatte di bosco secolare e di macchia mediterranea, le maestose presenze di esemplari superstiti della millenaria e rarissima quercia vallonea alla periferia di Tricase, le estese brughiere del versante ionico imm ediatamente seguite da arcaiche paludi immerse nel mistero di fitti canneti, vore-inghiottitoi che testimoniano la natura carsica del territorio salentino, fantastiche teorie di muri a secco, ulivi secolari dai tronchi contorti sofferti spaccati scavati nodosi, torri costiere poste a solitarie sentinelle contro la scimitarra saracena, gli improvvisi contrafforti delle Serre salentine, le cripte basiliane, i castelli feudali, e poi in generale le testimonianze lasciate dai tantissimi popoli su queste contrade - Messapi, Greci, Romani, Bizantini, Normanni, Angioini, Svevi, Aragonesi, Francesi, Borboni, ecc..
Una realtà, dunque, ricca di arte e di storia quella del Basso Salento, nella quale il visitatore attento ha solo l’imbarazzo della scelta per un eventuale itinerario di spessore tra un percorso archeologico o quello basiliano, un percorso sacro o un altro legato al fenomeno delle torri e fortificazioni varie, e così via.
Anche per noi diventa difficile offrire una proposta, per cui procederemo per via negativa, ovvero con l’indicazione di quei beni storico-architettonici che non possono assolutamente mancare in una dimensione culturale per così dire essenziale.
Partendo da Leuca - sintesi dell’intera provincia di Lecce e autentica perla del turismo salentino - è di buon augurio una visita alla Basilica-Santuario “De finibus terrae” troneggiante sul Promontorio Iapigio; un tempo vi sorgeva un tempio dedicato ad Atena e famoso in tutto il mondo antico ( Strabone di Amaseia, storico greco dell’età augustea, è colui che più di altri ne ha testimoniato l’importanza). Di quell’antica struttura è rimasto solo l’altare sacrificale, un blocco di marmo sul quale venivano sgozzati gli animali secondo la religione greco-romana, attualmente depositato nella parte destra dell’ingresso al Santuario.
La posizione dominante sull’imponente sperone roccioso, nel displuvio tra Adriatico e Ionio, ben visibile a chilometri di distanza dai naviganti, consentiva al Tempio di esercitare una profonda impressione, una carica suggestiva cui difficilmente si poteva sfuggire. D’altronde è sufficiente ricordare i versi famosi del III libro dell’Eneide (vv. 530-536) per documentare lo stupore del navigante di fronte ad un magnifico spettacolo naturale.
Con l’avvento del Cristianesimo il Tempio pagano venne trasformato in Santuario cristiano: la leggenda vuole che nel suo lungo peregrinare dall’Oriente in Occidente l’apostolo Pietro sia passato da Leuca ed abbia personalmente operato la trasformazione del tempio abbattendo gli idoli e le immagini dei pagani: ancora oggi c’è una lapide all’ingresso del Santuario che data al 43 d.C. detta trasformazione; inoltre a circa 200 metri di distanza si trova la Croce Pietrina, di forma ottagonale, rifacimento
- voluto nel ’50 dal barone Castriota di Salignano - di una precedente croce andata distrutta. E’ stato il Concilio di Efeso del 431 d.C., convocato per mettere al bando la dottrina del vescovo di Costantinopoli Nestorio, a dedicare definitivamente il Santuario di Leuca alla Madonna. Nel 1991 il Santuario è stato elevato alla dignità di Basilica, giusto riconoscimento della vitalità ultra millenaria di un luogo sacro, di una fede, di una devozione religiosa delle comunità cristiane ai confini della terra italica, appunto Basilica-Santuario S. Maria de Finibus Terrae. Va ricordato che Leuca è stata antica sede vescovile, tanto antica che non esiste purtroppo alcun documento a testimoniarne l’origine: in questo senso a tutt’oggi la fonte storica più autorevole resta il famoso monaco del ‘600 Ferdinando Ughelli secondo cui il primo vescovo di Leuca sarebbe stato un certo Gerardo vissuto al tempo dell’Imperatore Ottone I nel 971. La sede vescovile, poi, per decreto del Papa Giovanni XXII, venne trasferita nel 13 33 ad Alessano, cittadina a pochi chilometri da Leuca, ritenuta più sicura e meglio difesa dalle continue incursioni dei Saraceni. Infine nel 1818 la diocesi Alessano-Leuca è stata soppressa definitivamente e incorporata a quella di Ugento. L’attuale Santuario, dall’aspetto esterno più vicino ad un fortilizio che ad una chiesa, risale al 1720 voluto dal vescovo mons. Giovanni Giannelli; per consenso unanime di storici e studiosi sarebbe il sesto, nel senso che ben cinque chiese sono andate distrutte su questo antichissimo sito: la prima sarebbe stata distrutta al tempo delle persecuzioni volute dagli imperatori romani contro i cristiani, la seconda al tempo delle terribili invasioni barbariche, la terza nel periodo carolingio, la quarta nel 1480 in concomitanza con l’eccidio di Otranto, la quinta nel 1537 in occasione di un’altra tremenda incursione dei Turchi Saraceni. Fu durante tale saccheggio che andò distrutta la famosa tela della Madonna dipinta da Giacomo Palma il Vecchio (1480-1528) discepolo del gra nde Tiziano; in una successiva fase di ricostruzione del sacro tempio il nipote Giacomo Palma il Giovane dipinse una copia del quadro originario. Purtroppo anche questa seconda tela fu parzialmente distrutta nel 1624 durante un incendio: si salvò soltanto la parte centrale raffigurante la Madonna con il Bambino, ed è quella che ancora oggi si può ammirare sull’altare maggiore. In quella circostanza il marchese di Corigliano d’Otranto Geronimo dei Monti, temendo per la sorte della tela, fece eseguire dal pittore Andrea Cunavi di Mesagne una copia perfetta del quadro bruciato: questa copia è conservata attualmente nei locali annessi al Santuario.
Al centro della piazza del Santuario si può ammirare una colonna in stile corinzio sormontata da una statua della Vergine fatta costruire nel 1694 da Filiberto Airbo d’Aragona: la devozione mariana ne viene ulteriormente arricchita. A pochi metri di distanza, proprio in direzione dello scoglio del Meliso, si innalza maestoso un faro di I^ classe alto m. 47, quindi a m. 102 dal livello del mare. Dotato di un potentissimo impianto elettrico - ben 16 lenti - manda dei fasci di luce bianca fino a 26,5 miglia, costituendo così un validissimo aiuto per navi di ogni stazza. Si può raggiungere la sommità del faro attraverso una scala a chiocciola di 254 gradini: è facile immaginare lo spettacolo superbo che si offre da lassù al visitatore.
Altra attrattiva è costituita da una spettacolare cascata d’acqua che dal colle del Santuario scende giù fino a mare tra le due scalinate costruite sul pendio: il tutto realizzato durante il periodo fascista in occasione delle opere terminali dell’Acquedotto Pugliese. Per la scarsezza di acqua la cascata, purtroppo, viene attivata soltanto in particolari circostanze.
Due date importanti per il turista: il 13 aprile - giorno da secoli dedicato al pellegrinaggio mariano - e il 15 agosto, festa della Madonna con caratteristica processione a mare. In quest’ultima circostanza il colore delle genti del Capo di Leuca si mescola a quello dei villeggianti di tutta la zona.

LECCE

Secondo le fonti storiche tradizionali un unico destino avrebbe accomunato per sempre Lupiae a Rudiae, le due città-sorelle distanti l’una dall’all’altra appena due miglia. E’ certo, però, che mai nella sua storia Lupiae messapica superò le dimensioni di un villaggio, tanto che nel nostro secolo ha preso piede la teoria secondo cui Lupiae sarebbe stata semplicemente un sobborgo, se non addirittura la necropoli di Rudiae. Effettivamente gli scavi archeologici, ridotti purtroppo ad interventi minimi per il fatto che lo sviluppo dell’abitato di Lecce a cominciare da sec. XII d.C. ha finito con il sovrapporsi totalmente sull’antico nucleo urbano, hanno dimostrato che sostanzialmente la Lupiae messapica rimase circoscritta in una specie di quadrilatero costituito virtualmente dal castello di Carlo V, da Porta Napoli, da Porta Rudiae e dalla chiesa di S. Maria della Luce (1): in questo senso illuminanti sono stati i sondaggi del 1980 in viale Lo Re, i tratti di mura scavati nelle immediate vicinanze dell’Anfiteatro, l’ipogeo di via Palmieri, il recente ritrovamento (1998) alla base di Porta Napoli, ecc..


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