Siti Messapici nel Salento

I Messapi: Alezio

L’ Aletium di Plinio, nella forma greca tramandata da Tolomeo, ha guadagnato la celebrità il 20 ottobre 1965, allorquando venne alla luce, nel corso dello scavo per una civile abitazione, un’imponente tomba messapica formata da 20 lastroni in tufo locale per un volume complessivo di 10 metri cubi: il corredo funerario era costituito da alcuni chiodi, un’anfora vinaria, una lucerna e 5 unguentari fusiformi. Molto più ricco il corredo funerario di un’altra tomba rinvenuta il 30 gennaio 1967: una trozzella, delle lucerne e numerose anforette, il tutto in ottimo stato di conservazione. In realtà, già nel lontano novembre del 1927, nel podere Ghini del sig. Luigi De Mitri, erano venuti alla luce due grandi sarcofaghi messapici in pietra arenaria, depositati nei locali del Museo Civico di Gallipoli e lì tuttora conservati:
- Il primo misura m. 2,55 di lunghezza, m. 1,45 di larghezza e m. 0,80 di altezza. Sulla facciata interna di uno dei due lastroni laterali più lunghi si conserva un’iscrizione messapica.
- Il secondo è più piccolo e misura m. 2,05 di lunghezza, m.0,87 di larghezza e m. 0,70 di altezza. Anche in questo caso sulla facciata interna di uno dei lastroni più lunghi è conservata un’iscrizione messapica.
A seguito della scoperta di altre tombe e del rinvenimento di preziose epigrafi messapiche, è stato istituito in contrada Raggi - area, appunto, delle varie scoperte - un Parco Archeologico sul quale si affaccia Palazzo Tafuro, sede della Biblioteca-Museo.
Così come viene concordato ormai da parte di tutti gli studiosi, lo sbocco al mare per la potenza militare di Alezio messapica era assicurato dal vicino porto di Gallipoli.


I Messapi Roca Vecchia

Situata lungo la costa adriatica in territorio comunale di Melendugno, questa località ha sempre svolto un ruolo di fortificazione a tutto vantaggio dell’entroterra salentino.


Oggetto di scavi già negli anni venti di questo secolo, il sito accoglie testimonianze di insediamenti messapici a cominciare dal sec. VI a.C.: cospicuo il numero di crateri conservati presso il Museo Provinciale di Lecce; evidente la fabbricazione in loco degli stessi, anche se è altrettanto chiaro l’influsso dei modelli attici a figure nere molto diffusi nei secc. V-III a.C. in tutto il bacino del Mediterraneo.


Ad ogni modo, ciò che ha reso famosissimo questo sito è stata la scoperta nel 1983 della cosiddetta “Grotta della Poesia” ad opera dell’archeologo salentino Prof. Cosimo Pagliara: gli interventi esplorativi susseguitisi in questa grotta marina hanno portato alla luce numerosissime iscrizioni in messapico eseguite sulle pareti e quasi tutte inneggianti ad una divinità indigena denominata Taotor - Teotor - Tootor.


Siti Messapici: Cavallino

Questo sito è uno tra i più importanti per dimensioni (abbracciava un’area non inferiore a 70 ettari circa) per l’entità dei ritrovamenti (reperti di ogni tipo sono esposti nelle teche del Museo Provinciale di Lecce) e per l’arco di tempo che è abbracciato dalla sua storia ( dall’Età del Bronzo sino all’occupazione romana del III sec. a.C.): Ritrovamenti soricistudi, campagne di scavi, qualificate pubblicazioni seguite soprattutto al grande impulso dovuto negli ultimi decenni del secolo scorso all’opera instancabile del celebre Sigismondo Castromediano, documentano ampiamente la rilevanza dell’antica Caballino.
In età storica sono documentate almeno due successive fortezze, la prima nel sec. VIII a.C. , la seconda nel sec. VI a.C..
Tratti superstiti di cinta muraria risalgono verosimilmente all’ultimo insediamento, corrispondente peraltro al periodo di massima espansione della città messapica.
Il pianoro sul quale si estende l’area archeologica si trova a Nord dell’attuale centro abitato di Cavallino, e abbraccia le contrade Petre, Crucefissu, Cuti, Piru, Aiera e Serra. I reperti rinvenuti fino al 1963 si trovano nel Museo Nazionale di Taranto, perché fino a quella data le uniche ricerche effettuate erano state quelle della Soprintendenza Archeologica di Puglia; i reperti rinvenuti negli anni 1964-1967 ad opera degli Istituti di Archeologia delle Università di Pisa e di Lecce, nonché negli scavi successivi, sono depositati nel Museo Provinciale di Lecce. La cinta muraria era lunga più di tre chilometri ed aveva uno spessore di circa m. 3,50. All’esterno della stessa correva un fossato indicativamente largo quanto la muraglia; cinque porte -tutte individuate in loco- garantivano i collegamenti con l’esterno. Al presente il fossato è colmato e delle mura sono rimasti soltanto piccoli tratti.


Siti Messapici: Soleto

L’Università Libera di Bruxelles ha dimostrato grande interesse per questo sito messapico a cominciare dal 1988, però le vere e proprie campagne di scavi sono state due, rispettivamente nel 1991 e nel 1992.

Anche nel sito in oggetto è stato possibile documentare insediamenti messapici a cominciare dal sec. VIII a.C., così come abbiamo evidenziato per molti altri siti del Salento; nel corso del sec. VII a.C. questa città ha conosciuto un periodo di grande floridezza, almeno a giudicare dalla ricchezza dei ritrovamenti di ceramiche varie e quasi tutte di produzione locale.

Purtroppo Soleto è uno dei siti messapici per certi aspetti meno fortunati, in quanto nel corso del tempo gli insediamenti urbani -in special modo quello medievale e quello rinascimentale- si sono accavallati sull’area della Soleto arcaica seppellendone testimonianze e vestigia.


Ceglie Messapica

La Caelia di pliniana memoria, situata a nord-ovest di Brindisi, porta nel nome il sigillo della propria origine messapica. Di recente è stata individuata una porta dell’antica fortezza; ad ogni modo sono ben visibili tre tratti di cinta muraria messapica, uno a ridosso del borgo medievale e due ai piedi del colle su cui nel Medioevo si è arroccata la città. La spettacolare gradinata detta dei “Cento Scaloni” collega, appunto, il borgo medievale con il sito messapico.


Siti Messapici: Ugento

Ugento, alla pari di Manduria, Cavallino e Muro Leccese, è tra i siti messapici più imponenti: i dati forniti dagli studiosi variano da un minimo di cinque chilometri di periplo delle mura ad un massimo di nove chilometri, mentre per quanto concerne la larghezza delle mura la misura più attendibile è di circa sette metri, per un’area complessivamente fortificata di circa 150 ettari. In conformità al caratteristico costume messapico di organizzazione del territorio noto come “sistema degli insediamenti gemellati”, la città disponeva anche di un porto molto capiente a 7 chilometri di distanza, sullo Jonio, in località Torre S. Giovanni.

Tombe, iscrizioni messapiche, reperti vari venuti alla luce fortunatamente nel tempo, hanno consentito una conoscenza approfondita del sito ed una sistemazione in loco del materiale rinvenuto: un ricco Museo Civico conserva in Ugento buona parte dei reperti, con l’esclusione -purtroppo- della celeberrima statua bronzea di Zeus, scoperta nel 1961 durante uno scavo in pieno centro cittadino e conservata nel Museo Nazionale di Taranto.


Siti Messapici: Manduria

Prima della conquista da parte di Roma, fu la più agguerrita antagonista della vicina Taranto nella interminabile guerra di controllo sul territorio settentrionale della Messapia: le possenti mura che ancora oggi ammiriamo alla periferia del’abitato ebbero sicuramente origine dalla necessità di bloccare la secolare politica espansionistica di Taranto.
D’altronde abbiamo già riferito che in prossimità di Manduria si svolse una tremenda battaglia tra i Messapi e i Tarantini alleati di Archidamo re di Sparta: era il 1° di agosto del 338 a.C., lo stesso giorno della famosa battaglia di Cheranea. Nella piana di Manduria lo sfortunato Lacedemone perse la vita .
Per quanto riguarda più in particolare le mura, si tratta di una triplice cerchia muraria che si configura come un sistema militare di cortine a blocchi regolari, procedente dall’interno del centro urbano verso la periferia, dove i blocchi diventano possenti e davvero suggestivi. Nelle immediate vicinanze delle mura sono venute alla luce, accanto a tracce di fossati, vere e proprie necropoli.
Le mura di Manduria risalgono al secolo IV a.C..


Siti Messapici: Valesio

Situata quasi a metà strada tra Lecce e Brindisi, dalla metà degli anni ‘80 l’antica Balesium è oggetto di ricerche da parte della Libera Università di Amsterdam: un primo insediamento, con caratteristiche di piccolo villaggio a case sparse, si è avuto nel sec. VIII a.C.; un secondo insediamento, questa volta fortificato con i tipici monoliti delle mura messapiche, venne fondato nel sec. IV a.C.. Dopo il 1157 d.C. non si hanno più notizie di questo centro.


Siti Messapici: Mesagne

In località Muro Tenente presso Mesagne (Brindisi), al confine con il territorio di Latiano, nel sito corrispondente all’antica Scamnum, sono in corso lavori di scavo a cura di un’équipe guidata dal Prof. Gert Burgers della Libera Università di Amsterdam.
Si tratta di un insediamento che ha conosciuto varie fasi, dall’Età del Ferro fino al V sec. a.C.; però è la fase messapica -riconducibile con maggiore precisione all’epoca ellenistica (IV-III sec. a.C.)- quella che è risultata più ricca e documentata: addirittura è venuto fuori un fatto sorprendente, nel senso che rappresenta qualcosa di assolutamente inedito nel panorama degli studi sulla civiltà messapica. Infatti è emerso, per così dire, un sistema formato da una struttura che può definirsi “un edificio residenziale con funzione pubblica” (1) e da una attigua necropoli abbastanza estesa. Tutti i reperti (cumuli di ossa umane trovate in tombe a cassettone o in veri e propri ossari, bronzi, brocche dipinte con motivi geometrici, un vaso per i riti funebri) sono stati consegnati alla Soprintendenza Archeologica di Taranto.


Siti Messapici: Muro Leccese

I tratti superstiti delle mura messapiche di questo importante sito mostrano evidenti somiglianze con le antiche fortificazioni di Roca Vecchia: il periodo cui risalgono è il sec. IV a.C.. Nel 1871, quando il più celebre figlio di Muro - Luigi Maggiulli - dava alle stampe la “Monografia di Muro Leccese”, le testimonianze archeologiche erano molto più cospicue di oggi: “smisurati massi agglomerati” in località Sitrie, ruderi di torrioni e di fossati, tombe talvolta così imponenti da configurarsi come sepolcri a camera, infiammavano la curiosità degli storici.
Negli anni a noi più vicini i francesi dell’Università di Pau e dell’École Française di Roma hanno ridato slancio alle esplorazioni su questo grande centro messapico che poteva approssimativamente contare addirittura su un territorio fortificato di 107 ettari, quindi superiore all’area stessa interessata da Cavallino


Siti Messapici: Vereto

Secondo la maggior parte degli studiosi Vereto corrisponde alla Iria di Erodoto (storico greco del V sec. a. C.), e quindi sarebbe la prima città fondata dai Messapi nel territorio salentino. Nel periodo di massimo splendore Veretoera difesa da mura poderose — a blocchi isodomi — lunghe più di quattro chilometri e dominava su un comprensorio che abbracciava anche Leuca e 5. Gregorio. Anzi nella baia di S. Gregorio Vereto costruì un porto militare, i cui resti possono essere ammirati sul fondo del mare, a pochi metri di profondità, proprio di fronte alla punta rocciosa che protegge l’insenatura dalle mareggiate di scirocco. Altre testimonianze veretine superstiti in S. Gregorio sono una scalinata messapica e un pozzo che un tempo riforniva di acqua fresca le navi alla fonda.
I reperti archeologici ed epigrafici venuti alla luce da campagne di scavi o a seguito di fortuiti ritrovamenti, sono conservati presso il Museo Provinciale “Sigismondo Castromediano” di Lecce: tantissimi oggetti (terrecotte, vasi, olle, urne cinerarie, monete, lucerne, capitelli) sono finiti nelle mani di privati e da qui nel mercato clandestino dell’ antiquariato.
VeretoL’acropoli dell’antica Vereto coincide con quest’area in cui sorge la chiesetta della Madonna di Vereto (sec. XVII): dall’alto della collina la città controllava tutto il territorio fino a Leuca e in direzione di Ugento.
Vereto, più volte distrutta nel corso dei secoli, risorse dalle proprie ceneri e fu un centro fiorente anche nel Medioevo, baluardo contro i Saraceni che dal mare portavano ovunque morte e distruzione con attacchi pirateschi. Fu definitivamente distrutta e rasa al suolo nel 1155 da Guglielmo il Malo: gli abitanti superstiti costituirono i gruppi originari di nuovi insediamenti (Patù, Castrignano, Morciano, ecc.), mentre i ciclopici massi dei monumenti di Vereto finirono con l’essere più tardi utilizzati nella costruzione di chiese, paiare, muri a secco.
Da un millennio i resti della mitica città attendono di venire alla luce.


Vereto Erodoto

Fu un’antichissima città messapica fondata sull’omonima collina alla periferia dell’attuale Comune di Patù, in direzione sud-ovest.
Il primo a parlare di Vereto è stato il grande storico greco Erodoto all’inizio del V secolo a.C.: secondo il racconto erodoteo una colonia di Cretesi, navigando lungo la Iapigia per giungere dalla Grecia in Sicilia, sorpresa da una grande tempesta, fu sbattuta sulla costa più vicina, quella di Leuca, dove fondò la città di Iria e poi altre città. Conseguentemente questi naufraghi cretesi cambiarono il nome in Iapigi-Messapi.

VeretoE’ convinzione generale degli studiosi che la città di Iria corrisponda a Vereto. E’ certo che tale città diventò famosa nell’antichità in tutto il bacino del Mediterraneo, nel periodo di massimo splendore era difesa da mura poderose -a blocchi isodomi- lunghe più di 4 Km e dominava su un comprensorio che abbracciava anche Leuca e la vicina S. Gregorio: nella baia di S. Gregorio Vereto costruì un comodo porto, i cui resti possono essere ammirati sul fondo del mare, a pochi metri di profondità, proprio di fronte alla punta rocciosa che protegge l’insenatura dalle mareggiate di scirocco.

Altre testimonianze veretine superstiti a S.Gregorio sono una scalinata messapica e l’imboccatura di un pozzo che un tempo riforniva di acqua fresca le navi alla fonda.
Nel III secolo a.C., quando il Salento venne conquistato da Roma, Vereto diventò un municipio; ancora oggi nella chiesa di S. Giovanni Battista a Patù, a sinistra di chi entra, è conservato un grosso blocco di marmo, un cippo romano sulla cui facciata leggiamo la seguente iscrizione in latino: M. Fadio M.F. / / Fab. Valerino / / Post mortem / / M. Fadius Valerianus pater / / et Mina Valeriana mater / / L.D.D.D. (Locum Decreto Decurionis Dant) (A Marco Fadio / / Valerino / / dopo la morte / / Marco Valeriano padre / / e Mina Valeriana madre / / posero con decreto del Decurione).

Questa pietra, nota come “base dei Fadii”, databile per consenso unanime al I-II secolo d.C., deve la sua importanza al fatto che è la prova più evidente della istituzione municipale in Vereto durante la conquista romana, con la particolarità ancor più preziosa dello statuto noto come decurionato. I tre personaggi dell’epigrafe -padre, madre e figlio- recano lo stesso cognome, Valerianus: evidentemente i genitori erano dei liberti che in onore del benefattore avevano assunto quel cognome all’atto dell’emancipazione, per poi imporlo anche al figlioletto.

Per trovare una città messapica potente quanto Vereto bisognava spostarsi fino a Ugento verso ovest, e fino a Vaste in direzione nord. In epoca romana era comodamente servita dalla Via Traiana che, fatta costruire in tutto il Salento intorno al 106 d.C. dall’imperatore Traiano in ampliamento all’antica Via Appia, girava tutt’intorno alla penisola a partire da Brindisi per finire a Taranto, simile a una sorta di litoranea circumsalentina: tratti superstiti di antiche vie sono sparsi nell’area classica veretina; motivo di attrazione sono i resti dell’estesa cerchia muraria di Vereto, databile al IV secolo a.C., e brevi tratti di muri d’ epoca romana.
La maggior parte dei reperti archeologici ed epigrafici venuti alla luce dalle campagne di scavo o a seguito di fortuiti ritrovamenti, è conservata presso il Museo Provinciale di Lecce: tantissimi oggetti -terrecotte, vasi, olle, lucerne, capitelli- sono finiti nelle mani di privati e da qui nel mercato clandestino dell’antiquariato. E’ curioso il fatto che, girovagando fra i terreni della collina di Vereto, ci si imbatta in tanti piccolissimi frammenti di ceramica e terracotta che sono diventati un unico impasto con il terreno vegetale.

E’ opinione consolidata che il centro dell’antica città messapica corrisponde alla zona in cui oggi sorge la chiesetta della Madonna di Vereto, il punto più elevato dell’intera collina.[...]
Un discorso aperto è quello legato alle scoperte determinatesi casualmente, durante normali interventi di scavo per edilizia, nel luglio del 1997 a Montesardo, a pochi chilometri da Vereto, in direzione nord: resti di mura e oggetti vari venuti alla luce impongono un approfondimento della situazione, così come del resto sta avvenendo per intervento diretto della Soprintendenza Archeologica della Puglia. Ma già alcune indicazioni, prima fra tutte l’estensione della Montesardo messapica su un’area di circa cento ettari, spingono i ricercatori verso atteggiamenti di estrema cautela.

Sta di fatto che a proposito di Vereto occorre parlare non di una città messapica, bensì di un vero e proprio comprensorio veretino, nel senso di una vasta area in cui un centro molto potente esercitava la sua autorità sui dintorni trasformandoli pian piano in avamposti militari e in magazzini per vettovaglie oppure assorbendoli gradualmente nella propria orbita fino a farli scomparire: solo così si spiega la vicenda del sito alla masseria del Fano, oppure le mitiche Cassandra e Tirea alla periferia di Morciano, e ancora la sorprendente serie di granai messapici in pieno centro cittadino di Morciano, la millenaria storia di Leuca con la grotta Porcinara e gli insediamenti protostorici del Promontorio Iapigio e infine l’esistenza di una poderosa muraglia - alta circa mt. 2 e spessa mt. 1,5 - situata a mt. 1,5 di profondità lungo l’attuale muro di confine tra fondo Cipollaro e fondo Lame alla periferia nord-ovest di Morciano (detta muraglia, venuta alla luce nell’estate del 1988 durante la costruzione di una strada e immediatamente ricoperta di terreno vegetale, è in attesa di regolari scavi archeologici).
Cesare Daquino, I Messapi e Vereto, Capone Editore, Cavallino 1991, pp. 256-257.


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